(Re) Wind

Il vento.

Un fenomeno atmosferico che mi è sempre piaciuto fin da bambino.

E’ segno di forza e di leggerezza al contempo, di furia e di tranquillità.

E quando in quarantanove giorni hai fatto tre triathlon medi e la RAAP, pensi sia li ad accompagnarti e coccolarti spezzando il caldo degli ultimi giorni. Ma così non sarà.

Il riso bianco nel piatto, accompagnato da sincere chiacchere con colui che più ha influenzato l’entrata negli Spartans mi erano sembrate un ottimo inizio per una giornata che sentivo speciale.

Prima prova del circuito Ironman. Il coach lo aveva detto: “vedrai quando ti allacciano il braccialetto del circuito Ironam… è diverso”, ed era una frase che mi risuonava spesso nella testa…

Sole, mare calmo, brezza fresca, musica e persone: atleti, supporter, curiosi, ed anche uomini e donne di passaggio che ti guardano con molteplici espressioni.

Check-in nella transition area. Tutto scompare. I movimenti diventano quasi meccanici e tutto viene gestito con la solita meticolosità. Mi estraneo come faccio sempre. Non voglio lasciare nulla al caso. So benissimo che non si può e non si deve improvvisare.

L’orologio batte il tempo. Bere, mangiare, posizionare la bici, controllare casco, occhiali, scarpe, integratori.

L’uscita dalla transition area mi riporta nella realtà dalla quale mi ero estraniato. Due chiacchiere con i miei compagni, qualche sguardo, mani che si stringono.

Si va.

L’acqua è molto calda, quasi influenzata dalla ressa che caratterizza la partenza. Qualche colpo come al solito, ma niente di più.

E dopo poco mi ritrovo già sulla spiaggia a correre verso la bicicletta.

Il cielo è azzurro, qualche nuvola, riflessi, ed una piacevole brezza…

L’asfalto riflette il calore accumulato negli ultimi giorni, e mi fa sperare nella brezza che pochi istanti prima mi aveva asciugato dolcemente e delicatamente.

La strada inizia a salire, scompaiono i grandi palazzi, ed i chiasso che gli fa da contorno.

Campi di grano, terre riarse, facce di persone che si godono il nostro passaggio, bambini che urlano.

Tutto molto molto bello.

Però il vento in faccia è tremendo, costante nelle sue raffiche, ti asciuga, ti prosciuga.

Sembra che una forza oscura non voglia che si vada avanti, che si arrivi alla nostra meta.

Le dolci salite delle colline sembrano trasformarsi in scalate durissime, lo sfondo di montagne ancora innevate fa sembrare la pedalata ancora più dura.

Ed il ricordo corre al test del percorso bici di rimini…

Sembra un disegno che lega tutto….

Vento, vento ed ancora vento.

E dentro di me il timore che le energie spese per contrastare questo mancheranno più avanti.

Finalmente discesa. Le gambe iniziano ad andare come mai hanno fatto. il gesto sembra assolutamente non richiedere energia. Passo persone su persone.

Ed il tanto temuto piattone autostradale finale vola via ad oltre 40 all’ora.

Farò bene, lo sento.

E via di corsa. capisco ancora meglio di aver fatto bene la bici vedendo la zona cambio ancora molto libera. Bene, spingerò ancora di più.

Quattro chilometri volano via, e poi di colpo mi fermo. Il vento ed il sole chiedono il conto.

Il fisico non reagisce, la testa si annebbia.

Mi passa per la testa l’idea del ritiro. non potrò mai fare 17 chilometri in quelle condizioni. Impensabile.

C’è il braccialetto che mi ricorda dove sono.

Decido di raggiungere il ristoro e provare a cambiare le cose.

Ghiaccio, acqua, sali, banane e gel. tutto come se fossi ad un banchetto.

Le spugne a forma di M mi fanno sorridere e la sferzata del ghiaccio riaccende il motore che si era spento.

Riparto ed un’altro atleta mi affianca.

Capisce che sono in crisi, lo è anche lui.

Uno sguardo di intesa, e poi le parole quasi all’unisono “questa la portiamo a casa solo con la testa. Facciamolo insieme”.

Ripartiamo con la forza di questo patto non scritto, parliamo e scopriamo che abbiamo già gareggiato altre volte insieme: volano, rimini.

Questa complicità nella fatica ci aiuta. Lui aiuta me, io aiuto lui.Un terzo si unisce. Ci chiede una mano. Lo accogliamo come in un club…

Ultimo giro, il primo ci stacca, ed io e Massimo decidiamo di arrivare insieme. Nessuno vuole abbandonare l’altro. Abbiamo condiviso la crisi, condivideremo l’arrivo.

Il tappeto in terra, tutte le persone intorno, il tuo nome e la parola finisher urlata dallo speaker.

Sei al traguardo.

Sorrisi foto abbracci.

Qualche lacrima ben nascosta dai fiumi d’acqua.

La gara è finita, le luci si spengono, e tu riavvolgi nella tua mente gli ultimi 49 giorni come se fossero stati portati dal vento.

E sei consapevole che qualcosa è cambiato.

rewind

by Marco Lodi
http://oltreiltraguardo.tumblr.com/

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